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12 dicembre 2008 "IL TIRRENO"
Io scrivo, il carabiniere è mio marito
Francesca Padula sognava di entrare nei Ris. Ci è riuscita con la fantasia
La biologa pisana ha dato vita in un romanzo alla sua eroina di carta: il
capitano Alessandra
di Andrea Lanini
Le due donne si somigliano. Francesca è biologa, e anche Alessandra è
biologa. Francesca è mamma, e anche Alessandra è mamma. Entrambe hanno sposato
un carabiniere. Entrambe hanno a che fare con inchieste e piste da seguire e
indizi da repertare sulle scene del crimine. Entrambe si lasciano guidare da
un’efficace miscela di istinto, intuito femminile e buonsenso. In più sono
tutt’e due toscane. Eppure.
Eppure delle differenze ci sono. Una su tutte: Alessandra, che è un capitano
del Ris di Parma, col torbido dei fatti di sangue si confronta per lavoro;
Francesca, che «quando nel 2000 è arrivata l’ammissione delle donne nell’Arma
ero già “vecchia” e Tommaso stava per arrivare», col delitto si confronta per
hobby, visto che «il sogno dei reparti investigativi è finito per rimanere nel
proverbiale cassetto».
Ma siccome è una tipa tosta e volitiva (come Alessandra), uno slancio di
quel sogno l’ha afferrato comunque. Grazie alla scrittura. E grazie ad
Alessandra, la sua eroina di carta, una figura che è una via di mezzo tra un
alter-ego e un’accattivante proiezione mentale nei territori dell’“avrebbe
potuto essere”, il personaggio che l’ha fatta conoscere agli appassionati di
detective-stories ma anche a chi le indagini le fa davvero (tecnici del Ris
compresi).
Insomma un giorno si è messa davanti al pc e ha racchiuso dentro a un romanzo
cinque anni della vita della dottoressa De Bosis, ovvero lei, la bella
Alessandra, capelli lunghi e sguardo profondo (come Francesca), fiorentina,
madre di un bambino di nove anni, Filippo, vedova di Luca Berardi, maresciallo
dei carabinieri caduto in servizio.
Ha spedito il testo al colonnello Luciano Garofano, comandante del Reparto
Investigativo Scientifico di Parma («Per documentarmi ho usato anche un suo
libro, “Delitti imperfetti”, a un suo parere ci tenevo troppo»). Al quale il
libro è piaciuto così tanto da volerne scrivere l’introduzione (la prefazione è
di Leonardo Gori); e da volerlo presentare personalmente, poche settimane fa,
alla libreria Feltrinelli di Parma.
Al suo fianco lei, l’autrice, Francesca Padula, pisana. Nelle foto che la
ritraggono raggiante accanto al colonnello Garofano ha sguardi che sprizzano
lampi di gioia (“Ho parlato senza emozionarmi, cosa non da poco per me”, scrive
sul suo “Blog che voleva essere Sito”, francescap67.style.it); capirai, un
desiderio esaudito mica da niente quel quartier generale di
carabinieri-scienziati reso famoso da cronaca e fiction lì adue passi; e tutta
quella gente seduta ad ascoltare, e soprattutto lui, il colonnello (“che ha
fatto tanti, troppi complimenti al mio romanzo”), proprio lì accanto.
Il titolo è “Alessandra, capitano del Ris. Una nuova strada da percorrere”,
l’ha pubblicato la livornese Manidistrega (www.manidistrega.it), il portale
delle donne toscane che da un anno opera anche come casa editrice.
Francesca questo primo romanzo lo ha dedicato “a tutte le biologhe che hanno
trovato la loro strada al di fuori dei laboratori”, ma sul suo precedente
mestiere ironizzava in modo pungente già qualche anno fa in un libricino
satirico dal titolo “Quanto pesa... Voce agli sfoghi inespressi”, edito da
Gruppo Edicom, una raccolta di pensieri e aforismi, il suo vero esordio
letterario. Nel quale appunta: “In Italia: lo studente in Medicina “da grande”
farà il medico, lo studente in Farmacia “da grande” farà il farmacista, lo
studente in Ingegneria “da grande farà l’ingegnere... e gli studenti in
Biologia? Mah, dipende in che cosa riusciranno a riciclarsi...”.
Ovvio che non ti stupisci quando ti racconta che «in realtà ho fatto quasi
tutto tranne che la biologa. Mi sono laureata nel’92, a 25 anni. Il mio ramo era
quello naturalistico, per diverso tempo ho fatto la guida al parco di San
Rossore, eravamo una cooperativa di naturalisti e biologi, un incarico
interessante, ma alla fine l’appalto è andato ad altri. Ho iniziato a cambiare
diversi lavori, segretaria, disegnatrice nel ramo della computer grafica e altro
ancora, ma sempre precaria.
Nel’99, dopo sette anni di inattività libresca - quanto mi sentivo
arrugginita?, beh, parecchio - mi sono detta: perché non prendersi una
specializzazione?». E qui entrò in gioco la passione per i film di genere e i
gialli, quelli di Agatha Christie in particolare, dove nove volte su dieci si
muore per veleno. Infatti ecco la scelta della laurea specialistica: «Piante
officinali, presso la facoltà di Farmacia, con una tesi sulle sostanze
stupefacenti. Verso la fine del 2001, quando stavo per cominciare il terzo e
ultimo anno, avevo: un marito carabiniere che era vicecomandante della caserma
di Riglione, impegnatissimo; e Tommaso, il nostro primo bimbo, che avrebbe fatto
un anno a breve. Mi sono detta: visto che non riesco a farmi dare un part-time,
perché non fare la mamma a tempo pieno?».
Invece ha fatto molto di più: è diventata scrittrice. Non che «i due mascalzoni
adorabili» (il secondo, Matteo, di anni ne ha quasi tre). Ma insomma «qualche
ora libera se uno vuole la trova. E io, finita la specializzazione, avevo un po’
di cose da dire. Volevo buttar giù delle idee che mi frullavano per la testa».
Ci ha saputo fare: nel 2003 pubblica “Quanto pesa”. Nel 2007 i suoi racconti
noir arrivano in finale ai premi “Maremma Mistery” di Grosseto e “Orme Gialle”
di Pontedera.
E il 2008 è l’anno di “Alessandra capitano del Ris”, scritto però più di tre
anni fa. La biologa fiorentina in realtà aveva già debuttato in precedenza,
senza divisa, in uno dei racconti gialli ambientati nella stazione dei
carabinieri di Riglione, “Una gita d’istruzione”. Tra i personaggi compariva
anche il sottufficiale Mario Nardella, che altri non è se non il marito di
Francesca, oggi maresciallo a capo della stazione di San Piero a Grado. Tutto un
intreccio tra realtà e fiction, le trame di quest’autrice che la passione per la
scrittura ce l’ha da sempre, «fin da quando, da ragazzina, tenevo diari e
appunti di viaggio, tutte cose che poi rimanevano lì».
A farle venir voglia di provare a far leggere qualcosa di suo agli altri è
stata un’amica. «Ci scrivevamo e-mail. Un giorno mi misi a raccontarle un
matrimonio sfinente a cui avevo partecipato. Lei mi rispose “Quando descrivi
fatti e persone mi fai morire dal ridere. Sembra di vederle: ma perché non ti
metti a scrivere sul serio?”».
Leggendo racconti gialli, che sono quelli che preferisce, si è appassionata
sempre di più alle “scienze del crimine”, «che non sono il mio ramo, per cui mi
sono dovuta appoggiare a una collega che è specializzata in genetica forense; in
più ho dovuto studiare. E tanto. Posso dire che ho studiato più per il romanzo
che per le due tesi». E per forza: mica è uno scherzo passare un esame col
colonnello Garofano in persona, uno che i particolari è abituato a guardarli al
microscopio.
«Mio marito Mario invece è stato il supervisore delle parti “a bande rosse” del
libro: tempi e modi d’azione dell’Arma, rapporti col procuratore, insomma
l’attività sul campo. Sono pignola, mi sono voluta appoggiare a più persone
possibili per tutti i vari ambiti».
Dice «un po’ di scienza mia ce l’ho messa: uno degli omicidi in cui si imbatte
Alessandra viene eseguito usando piante officinali. Ma nella trama i casi gialli
sono una minima parte, in realtà mi interessava soprattutto sviluppare l’analisi
di Alessandra e della sua sfera affettiva. Sì, un po’ mi assomiglia. È una donna
che ha le paure e le fragilità di tutte noi. Ma è molto coraggiosa. Molto più
coraggiosa di me. No, non credo che apparirà di nuovo, poi chissà. Per ora ho in
mente un racconto giallo-rosa, ma proprio non ho ancora avuto il tempo di
mettermi davanti alla tastiera. Sai, con due bimbi piccoli... Scusami un
attimo», c’è Matteo che chiama, «Vedi, che ti dicevo, con loro è così, mai che
puoi fare una cosa senza che la interrompi un’infinità di volte...».
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