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23/07/2010 - POESIE E RACCONTI
- Livorno-Montenero Solo Andata, A.D. 1881
di Antonella Chirici
Le due coppie presero posto sull’Omnibus dirette verso Montenero. La visita al santuario della Madonna era condizione inderogabile del loro livello sociale.
I due uomini, eleganti nei completi scuri, indossavano cappello a cilindro e bastone e si accompagnavano a due civettuole signore strette in lunghi abiti le cui gonne scivolavano aderenti al corpo arricchendosi di panneggi e arricciature solo nella parte più bassa. Le loro acconciature accentuavano la verticalità dell’insieme attraverso chignon raccolti in cima alla testa dove erano appoggiati deliziosi cappellini. I passi erano corti e resi faticosi dalla strettezza delle vesti e salire sull’Omnibus fu una vera e propria impresa scandita da rossori e gridolini.
Finalmente la vettura partì, i quattro avevano trovato posto leggermente distanti due a due e così le donne poterono continuare a parlottare sottovoce mentre gli uomini si scambiarono coloriti pareri sull’argomento più in voga in quel momento.
Era il maggio del 1881 ed era appena stato inaugurato il servizio tranviario a trazione animale. La Societè Anonyme des Tramways de Livourne costituita e gestita da Augusto Charles, impresario Belga, aveva rivoluzionato il trasporto pubblico livornese provocando le violente reazioni dei vetturini di piazza, unici erogatori del servizio di trasporti, prima dell’avvento di quelle moderne soluzioni.
In città dunque, le grandi carrozze a otto posti trainate da un cavallo venivano affiancate dal nuovo servizio, oggetto di critiche e lodi come ogni novità che si rispetti.
“Carissimo amico – esordì uno dei due uomini, rivolto all’altro – non voglio dire che questo nuovo sistema di trasporto non rappresenti una evoluzione necessaria, ma personalmente ritengo che l’Omnibus sia, per così dire, “democratico”: riunisce e avvicina le diverse classi sociali mentre il tram, nel suo moderno pigia-pigia, nella sua velocità, ha qualcosa che non mi piace, che non mi convince!
In Omnibus invece si è come in famiglia, anche durante un piccolo viaggio si riesce a stringere amicizie ed a scambiare, con chi ci viaggia accanto, battute ed opinioni.”
“Hai ragione, perdio! – esclamò il compagno pensandola evidentemente alla stessa maniera ed indicando con la mano la parte superiore della vettura – che dire poi del nome del poveretto collocato lassù, l’uomo più alto e meno considerato del mondo tanto da non avere neanche un nome proprio, che “omnibusaio” non è una parola di questo mondo! Dovrà quella figura passare ai posteri senza voce, nome e cuore? Cosa mai potremo scrivere su una lapide che lo ricordi?”
“Per conto mio confesso di aver sempre guardato a quella figura con riverenza – continuò il primo uomo come fosse con l’amico un’unica voce – con rispetto nei confronti di colui che isolato nello spazio, vive e matura al sole e all’intemperie senza parlare con nessuno, solo lanciando di quando in quando un grido che inciti il cavallo, come quello di una solitaria cicogna dall’alto di un comignolo.
Malinconica creatura, che d’inverno non mostra altro che due occhi e un naso coperti da un ombrello!”
Assopite le risate dell’ultima battuta la conversazione tornò sul novello servizio tranviario e sulla società anonima belga che, oltre alla novità dei trasporti, aveva diffuso anche in città una forma di investimento nuova e interessante: azioni con cedole fruttifere.
Le società belghe proprio in quel periodo infatti, avevano portato quasi ovunque i propri capitali, investendo di preferenza nell’Europa Meridionale con tramvie, industrie minerarie e società di illuminazione.
E’ giusto dire anzi che il Belgio fosse il paese che collocò stabilmente in Italia la maggior quantità di capitali.
Tra risate e valutazioni socio economiche l’Omnibus arrivò a destinazione: Piazza delle Carrozze, luogo ove si fermavano le vetture.
Il villaggio di Montenero era il più importante e frequentato fra i villaggi presenti sui colli livornesi, ma nonostante la sua amena posizione e la presenza del Santuario che avrebbero preteso una via che offrisse ai pellegrini ed alle confraternite maggior riparo dalla inclemenza delle stagioni, la via era o fangosa o bruciata e piena di polvere. Addirittura nel 1713 si pensò di costruire un loggiato coperto che andasse da Livorno alla chiesa di Montenero a guisa di quello che da Bologna conduceva alla chiesa della Madonna di San Luca. Vi fu anche chi, diligentemente, calcolò le spese che sarebbero occorse per tale loggiato che avrebbe dovuto essere costituito da cento arcate di dodici braccia ciascuna. Purtroppo la proposta morì sul nascere e non risulta neppure che si siano raccolte oblazioni.
Le comunicazioni tra Livorno e Montenero si facevano dunque in Omnibus ed il servizio era più o meno frequente a seconda delle stagioni nonostante si fosse parlato, nel lontano 1845, d’un “progetto di una strada ferrata a pressione atmosferica”, ma il progetto fu abbandonato anch’esso e giacque per lungo tempo nell’archivio di Montenero.
I quattro scesero dall’Omnibus e si fermarono in piazza per decidere quale salita prendere, che ve ne erano addirittura tre.
Scartarono subito quella di mezzo che, se pur più corta, era molto aspra e battuta solo da chi avesse fretta e buona gamba. Loro di fretta non ne avevano e le due signore non erano disposte a rovinarsi il bell’aspetto arrivando in chiesa sudate e con le guance rosse come contadine. Si decise così che avrebbero percorso la via del Governatore, decisamente amena, ombrosa e in generale meno faticosa delle altre due.
Si avviarono e i due uomini ebbero ancora da commentare quando arrivarono, poco dopo aver oltrepassato villa Castelli, presso il Teatro degli Operosi: “Vedi amico mio, che bella struttura la Società degli Operosi è riuscita a costruire? Anch’io ne faccio parte e ne vado fiero. Ho sottoscritto diverse azioni sai, ciascuna di cento lire ed ho contribuito a questa impresa utile e decorosa. Certo, il mio è stato un modesto intervento, che molte di quelle azioni furono prese dal Cavalier Tommaso Lloyd, splendidissimo e munifico signore, sempre pronto a sollevar le miserie degli indigenti ed a contribuire in imprese che danno lustro alla nostra città!”
“Hai ragione da vendere mio caro! – rispose l’altro uomo corrugando la fronte come a cercar di rammentare qualcosa di lontano – mi ricordo di aver assistito alla serata di inaugurazione di questo splendido teatro. Dettero “La Signora di Saint Tropez” con l’artista livornese Gustavo Bianchi della Filodrammatica dei Concordi. Bravissimi!”
Continuarono a passeggiare e chiacchierando amichevolmente passarono oltre le ville dei signori Aman e del Cavaliere Carlo Niemack fermandosi poco più avanti, ove la strada faceva angolo a rimirare una delle più belle e pittoresche vedute che era possibile godere dalla strada per Montenero.
Piano piano e con il fiato corto giunsero in piazza della Chiesa. La buona stagione e il giorno di festa avevano spinto molti livornesi su per Montenero e in piazza c’erano in gran numero le gabbrigiane che, accovacciate presso le loro grandi ceste invitavano a comprare: uova, cacciagione, polli e patate ed altro ancora che, esclusivamente, era frutto degli orti o dei recinti di quel del Gabbro e dei villaggi sparsi sui colli livornesi.
In piazza poi, le donne di Montenero erano intente a vendere oggetti religiosi come corone, immagini e rosarini, oppure dolci a forma di cuore fatti con pasta di farina e miele, simboleggianti i “voti” e l’affetto alla Vergine.
Le due coppie si soffermarono a contemplare le merci e ad acquistare qualcosa da portare alle persone di loro conoscenza lasciate a Livorno, poi nell’attesa che gli acquisti fossero preparati per la consegna, si diressero verso la chiesa dove assistettero alla messa e, con grande ed ostentata generosità, dettero testimonianza della propria fede ed osservanza attraverso l’accensione di numerose candele e segni della croce.
Ecco, fin qui l’andata, per il ritorno si penserà a un’altra storia.
(Già pubblicato su "Livornononstop" di luglio 2010)
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