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18/05/2010 - SALUTE
- Il cibo e il corpo
di Giusi D'Urso
Nel 2006 il rapporto annuale della Società Italiana Pediatria sulle abitudini di vita degli adolescenti ha evidenziato dei dati a dir poco preoccupanti: il 60,4% delle ragazzine intervistate vorrebbe essere più magra e oltre il 24% ha già sperimentato una dieta, auto-prescrivendosi un regime ipocalorico restrittivo, spesso fai da te (34%) o una dieta consigliata da parenti, amici, riviste, internet (30%). La relazione fra il cibo e il corpo, dunque, rappresenta, oggi più che mai, una questione degna quantomeno di attenzione.
Ma da dove nasce il nodo che tiene così stretti questi due importanti elementi?
Nutrire significa accudire, soddisfare l’esigenza primaria che garantisce la sopravvivenza. Ecco perché alimentarsi, per un bambino, è un’azione che include amore e incontro con la prima nutrice, generalmente la madre, che inizia questo tipo di accudimento già durante i mesi di gestazione.
Il bambino che mangia, infatti, non si nutre solo di cibo, ma anche ed inevitabilmente delle attenzioni e dell’affetto di chi lo nutre. Da qui l’enorme valore simbolico del cibo, in cui convergono vissuti, emozioni, esperienze e che ognuno di noi porterà dentro di sé per tutta la vita.
In quest’ottica emerge chiaramente quanto il cibo per il bambino sia costantemente legato ad una relazione fondamentale di scambio e come il comportamento alimentare faccia sempre riferimento ad una relazione e ad un bisogno non solo nutrizionale.
Ecco che mangiare, per il bambino, assume molteplici significati e spesso ha la valenza dell’accettazione o del rifiuto della relazione di cui il cibo è parte. Il cibo spesso si sostituisce al pianto o ad altri segnali di disagio, delusione, frustrazione.
Nell’adolescenza, invece, il nodo attorno al quale ruota la relazione tra il nutrimento e il corpo è rappresentato dalla percezione che l’adolescente ha di se stesso. Egli si costruisce un ideale di immagine corporea confacente ai modelli proposti dal gruppo a cui appartiene; si sentirà quindi più o meno adeguato in relazione a quanto si avvicinerà o si allontanerà da quel dato modello. A complicare le cose intervengono i mezzi di comunicazione, colmi di modelli estetici “estremi”, ed i continui e rapidi cambiamenti fisici, tipici dell’adolescenza.
In questa fase così delicata e piena di fragilità l’insorgenza dei disturbi del comportamento alimentare può trovare terreno fertile. Usare il cibo come un linguaggio, il corpo come una lavagna su cui “descrivere” i propri disagi e le proprie frustrazioni: come se cambiare il corpo possa produrre cambiamenti nelle cose che provocano disagio e sofferenza. Questi spesso sono i cardini dell’atteggiamento disfunzionale alla base dei disturbi del comportamento alimentare.
Il trattamento di questi disturbi deve essere di tipo multidisciplinare, in quanto essi sono legati a complesse dinamiche psicologiche e ad abitudini nutrizionali destrutturate ed alterate. Fondamentale risulta comunque la prevenzione, basata sull’attenzione a determinati atteggiamenti a rischio, visibili spesso sin dall’infanzia, e sulle strategie educative virtuose.
Importantissima, dunque, durante le varie fasi della crescita, l’attenzione alle fasi prolungate di inappetenza se esse non dipendono da cause organiche, all’esasperato rifiuto del cibo, all’eccessiva attività fisica nella fase adolescenziale, alla volontà esagerata di seguire mode e modelli estetici o alimentari, al perfezionismo portato all’estremo.
Per approfondire:
La gabbia d’oro. H. Bruch, Feltrinelli.
Briciole. A. Arachi, Feltrinelli.
Al di là dell’amore e dell’odio verso il cibo. G. Tardone. Bur.
Il disturbo alimentare. E. Faccio. Carrocci Editore.
Anoressia e bulimia. A. e L. Speciali. Giunti editore.
(Questo articolo è stato già pubblicato sul sito dell’autrice www.giusidurso.com )
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