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03/03/2010
- POESIE E RACCONTI - Schiavo libero
di Antonella Chirici

Io son Morgiano, non fisso che il cielo eppure mai il sole mi abbagliò.
Sono il primo di quattro fratelli e vivo incatenato ai piedi d’un signore che qui volle tenermi ad imperitura memoria della sua grandezza.
Vedete, provo a muovere le membra anchilosate e mi protendo e vibro ma son passati ormai trecentottantasei anni e mai son riuscito a spezzare le catene che da ‘si tanto son la mia casa e quella di Melioco il Vecchio che vedo accanto a me sempre più stanco e quella dei miei fratelli che non posso vedere, ma i cui pensieri mi giungono e insieme a quelli le immagini del pezzo di città che loro possono osservare come fosse un festoso giardino.
Quel bel signore che ancora ci controlla ha fatto cose grandi, voi non sapete perché non c’eravate, ma io sono arrivato in tempo per vedere, se non proprio il signore, il suo figliuolo.
Mi chiederete: “ Ma come fai, povero moro, ad aver parole così eleganti e piene di rispetto per quel tiranno che ti ha legato e ti costringe ancora e ancora ti nega la libertà ed ogni movimento?”
E’ vero – vi risponderei – lui mi ha privato della possibilità di andare, lui mi ha messo in catene, in una condizione dura e inesorabile da quasi quattro secoli, ma nello stesso tempo lui mi ha reso immortale e voi non potete immaginare quello che io ed i miei sventurati compagni abbiamo visto, sentito ed imparato nel frattempo, che se fossi stato libero di andarmene mai avrei potuto accorgermi di tante verità ed altrettante menzogne che voi, poveri livornesi, vivete e conoscete nel modo con cui sempre giungono ai posteri tradizioni e convinzioni, distorte e filtrate da chi vuol farvi credere che il sole splende anche di notte.
Io c’ero quando la bellezza dei Cavalieri di Santo Stefano rifulgeva nel cammellotto bianco con la croce e gli ornamenti di seta rossa, e se Livorno fu elevata a rango di città, questo lo dovete a lui, a quel signore che ancora, dall’alto, ci domina tutti e forse piange in cuor suo, come io ho pianto a volte.

Voi, moderni livornesi che vi vantate di appartenere a un popolo generoso e tollerante ma che invece non lo siete più, voi che ostentate la vostra tradizione di anarchia e non sapete cosa essa davvero significhi.
Voi, potete dirmi da dove provengono le vostre convinzioni? Da dove deriva quel carattere tollerante, cosmopolita, multirazziale e multireligioso che Livorno aveva e che nel tempo si è perso, affogato nell’egoismo di oggi, nel razzismo e nell’intolleranza del presente, nell’abisso d’ignoranza che vi caratterizza e che contraddistingue chi vi governa, tanto che attorno all’unico monumento che testimonia le vostre origini e la bellezza di ciò che avreste potuto continuare ad essere, avete innalzato un muro di strane macchine puzzolenti che coprono la vista di quel poco mare che rimane e che affogano la mia casa e quella dei miei fratelli e fanno sanguinare il cuore del bel signore a cui dovete quello che credete di essere.
E’ stato lui sapete, che promulgando le Leggi Livornine vi ha fornito tutti quegli aggettivi affascinanti di cui ancora vi fregiate e che voi, poveri stupidi, riassumete con quella breve rima cantilenante: “se vuoi far come ti pare a Livorno devi andare”. Leggi che prevedevano sì la concessione di immunità, privilegi ed esenzioni ai mercanti di qualsiasi provenienza, ma non solo. Leggi che garantivano anche e soprattutto libertà di culto e di professione religiosa e politica.
Io c’ero, sono stato testimone di come Livorno sia cresciuta, libera, veloce, maledetta e dopo c’ero ancora, quando i francesi che professavano ideali di libertà e uguaglianza volevano distruggerci perché vedevano in me e nei miei fratelli incatenati un simbolo di oppressione e di tirannide. Io c’ero quando ci hanno depredato dei trofei barbareschi che il bel signore aveva ai suoi piedi e che ora giacciono abbandonati in un buio magazzino di Parigi senza che alcuno oggi si curi di richiederli indietro.
Io c’ero quando da questa prigione all’aria aperta con il solleone che faceva grondar sudore ed il libeccio che ci detergeva fummo sepolti al buio, rinchiusi al Cisternino, in un silenzio di tomba e per otto anni non riuscimmo più ad udire voci e chiasso, né i ragazzini che ci pigliavano a sassate per spronarci a parlare.
E c’ero ancora quando tornammo a Livorno, riportati a casa dopo la guerra, riposati, ugualmente rannicchiati e incatenati ma liberi di annusare l’odor di catrame e di stoppa dei calafati e i ricciai che d’appresso aprivano il guscio, liberi di vedere tramonti rossi d’autunno e il Cantiere e tutti i vari.
Ma oggi, oggi ci sono ancora e piango e vedo il degrado, la sporcizia e l’indifferenza.
Non posso parlare e sto con gli occhi al cielo ma non imploro libertà, prego il mio dio che vi svegliate e vi accorgiate di ciò che siete diventati.
Prego che cambiate, se ne siete ancora capaci…

(Già pubblicato su Livornononstop – febbraio 2010)


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