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28/02/2010 - RIFLESSIONI
- Li vediamo tutti i giorni.
di Paola Meneganti
Li vediamo tutti i giorni. Alcuni, ormai, sono una presenza fissa, davanti a certi bar, seduti su certe panchine, e puoi anche preoccuparti, quando non li vedi più. Di alcuni, hai la sensazione che abbiano bisogno certamente dei tuoi spiccioli, ma anche del sorriso e del saluto con cui, magari, li accompagni. Sono coloro che chiedono l’elemosina. Io gliela faccio. Ricordo che la mia mamma, quando ero piccola, era solita dare qualche monetina, se poteva, e un bicchiere di vino, o un panino, ad un vecchietto che saliva spesso le scale di casa nostra. “Guardi, Rosanna, che lui se li beve, i suoi soldi!”. La mia mamma rispondeva che non le interessava quel che lui ne avrebbe fatto: tendeva la mano, e lei non si sottraeva a quella mano tesa.
Luigi Rocco tendeva la mano. Ma non solo. Stava su una panchina di via della Madonna e salutava, parlava, commentava, interloquiva, leggeva. Seguiva i fatti del mondo, salutava le persone che tutte le mattine scendevano a fare la spesa: si intuiva un certo pudore, a tendere la mano, era come se dicesse: io sto qui, ho bisogno, e voi lo sapete, e allora diamoci una mano. Io con il mio saluto, una parola, un complimento, voi con il vostro aiuto.
Non sapevamo che avesse figli, né di dove fosse. Troppo spesso, queste cose si scoprono quando la persona muore. Molti di noi che lo incontravamo non si erano neppure resi conto che gli avessero rubato il cagnolino: la fretta dei passi della nostra vita.
Adesso è morto, e per strana sorte oggi ho letto una storia di mesi fa, di un uomo detenuto, Sami Mbarka Ben Gargi, morto in un carcere per uno sciopero della fame e della sete. Una morte diversa, una marginalità simile. E, di pochi giorni fa, c’è la storia di Sahid Belamel, morto di freddo, il giorno di San Valentino , a Ferrara. Dire il nome. Possiamo fare magari questo.
Un artista che amo molto ha detto: bisogna tentare di mettersi nelle scarpe di chi soffre. Un breve scritto in memoria di una persona che non c’è più non è luogo di polemiche: ma quanto mi ha fatto male leggere giorni fa, quasi una conquista rivendicata, che erano state spazzate via le baracche di persone rom, certo abusive, certo insalubri, ma un rifugio per loro. Che succederà ora, agli abitanti? Si saranno spostati, e poi torneranno, e troveranno altre assi di legno altre macerie altre lamiere. In attesa del prossimo sgombero.
In questo momento si affollano nella mia mente i quattro bambini rom morti due anni fa nella nostra città, e la signora immigrata che si è gettata dalla finestra, e tutte le persone morte sole e che il Tirreno ha oggi ricordato, alcuni addirittura senza nome … Sami, Sahid, Gigi Mura.
Scriveva la poeta Rahel Auerbach, riferendosi alle vittime della shoah: Amiamoli, come se fossero tra noi. Io dico: amiamoli, perché sono tra noi. Sono sicura che ognuno di noi possa esprimere questo amore.
(23 febbraio 2010)
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