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28/02/2010
- COSTUMI E SOCIETA - Vivere insieme: Edda Pando al Centro Donna di Livorno
di Paola Meneganti

Vivere insieme: Edda Pando al Centro Donna di Livorno Alla presenza di un folto gruppo di studenti di scuola media inferiore, Edda Pando è intervenuta al Centro Donna di Livorno lo scorso 12 febbraio, nell’ambito del progetto “Tessere”.
Edda, con i suoi ragionamenti rigorosi e semplici, ha destato un grande interesse nel pubblico, suscitando molti interventi.
Ma ascoltiamo le sue parole.
Io sono arrivata qui in Italia dal Perù venti anni fa. Vivo a Milano e lavoro nell’associazione “Todo cambia”: il nome deriva da una canzone di Mercedes Sosa. La potete ascoltare anche su youtube: (http://www.youtube.com/watch?v=bkan9AmOWwQ). Nell’associazione ci sono persone di nazionalità diversa, che magari si sono conosciute in una mensa dove si mangia gratis.
Stasera ci sono molti ragazzi. Allora io dico subito: guardate che gli stranieri non sono cattivi. Ok? Ma qual è la prima cosa che vi viene in mente quando sentite parlare di clandestino? Avanti, non dovete avere vergogna di parlare … illegale, nascosto … ma ve lo dico io, allora: cattivo. È una parola che fomenta la paura.
Un’altra domanda: secondo voi, io sono clandestina? Dite di no? Perché? Perché ho i documenti, perché i clandestini sono neri … “perché tu sembri brava”. Ok. Ma sapete quanti anni sono stata clandestina? Quattro anni. sono arrivata nel 1991, come turista, e potevo starci per tre mesi. Sono venuta per curiosità, per conoscere il Paese di cui mi aveva parlato una mia amica: non è vero che si viene sempre per disperazione. Si viene per il desiderio di un futuro migliore, di trovare una strada migliore per la nostra vita.
Ma in Italia non basta avere un lavoro per ottenere un permesso di soggiorno. Con il meccanismo del decreto flussi, si chiama qui, dall’estero, una persona che non abbiamo mai conosciuto: è la cosiddetta chiamata nominativa. Capirete quanto sia improbabile, una cosa del genere. Quindi, la clandestinità: si viene qui e si diventa clandestini, magari lavorando fin da subito. Il 95% degli stranieri in Italia sono stati – siamo stati – clandestini, poi regolarizzati dal meccanismo delle sanatorie. Il fatto è questo: i meccanismi della legge sull’immigrazione in questo Paese (il TU 286, chiamato Bossi-Fini, che ha modificato la Turco-Napolitano) non permettono di avere una vita tranquilla, non permettono la convivenza.
È difficile convivere con chi di cui si ha paura.
Nel fomentare la paura verso lo straniero c’è stato un ruolo molto pesante dei media, Tv e stampa. Ad un certo punto, nei mesi scorsi, dopo il martellamento sugli stranieri che stupravano io stessa avevo paura, per strada. Invece, bisogna costruire una convivenza possibile.
Sono nata a Lima, sul mare. In Perù, come dappertutto, ci sono moltissime differenze. C’è Lima, ci sono le Ande, c’è l’Amazzonia.
Io sono di là e di qua: ho due case. A questo proposito, bisogna capire bene che cosa vuol dire “cultura”. Accade,a volte, che alcuni genitori immigrati (a proposito, io dico “immigrato”, non “migrante”, dà più il senso della costrizione) non vogliano che i loro figli si “italianizzino” troppo. Va bene mantenere i legami con l’origine, ma bisogna aprirsi. Se vogliamo convivere, dobbiamo accettare che un po’ tutti cambiamo. Il più possibile senza pregiudizi. Io dico vivere insieme: non uso il termine integrazione, perché assume un po’ il senso dell’adeguarsi.
Dicevamo delle norme sul permesso di soggiorno. La metratura necessaria alla casa di uno straniero: un numero di metri quadri che si sognano molti italiani, da tanto è eccessivi. I ragazzi nati in Italia possono chiedere la cittadinanza italiana solo tra i 18 e i 19 anni di età e non devono aver lasciato il Paese per più di sei mesi. Se un immigrato torna al suo Paese prima dei 65 anni, perde ogni diritto alla pensione che ha maturato qui in Italia. Adesso, l’obbrobrio del permesso a punti: occorre raggiungere 30 punti, superando varie prove. Tutto questo non aiuta certo la convivenza.
Sapete cos’è essenziale, quando arrivi da clandestino?
La mensa dove si può mangiare gratis, il posto letto e la piazza dove puoi cercare lavoro. Tre cose fondamentali, come ben sapevano i meridionali italiani che emigravano a nord.
Combattere il pregiudizio significa andare incontro all’altro denudandosi un po’. E, se trovo un muro, cercando di aprire un forellino in quel muro.
Convivenza significa uguaglianza, curiosità verso ciò che è diverso, combattere il pregiudizio, e una legge diversa.
Sapete perché alcuni stranieri non vogliono imparare l’italiano? Perché hanno sempre il sogno di tornare. Sapete, si mette un piede qui, ed è come se la vita si spezzasse in due. Io ero Edda, studente universitaria che lavorava in un giornale etc…. metto un piede qui e la vita si spezza, divento clandestina, badante e così via. Bisogna invece ricomporre la nostra vita. È un percorso utile, perché posso dire: questa è anche casa mia, e non ho solo diritti, ma anche responsabilità. E allora, qual è il nostro ruolo in quanto cittadini con diritti e responsabilità al di là della cittadinanza? Dobbiamo metterci in gioco anche noi, altrimenti si crea una convivenza o paternalistica o eurocentrica. Ci sarebbe molto da dire sul “culturalismo”: sull’accettare tutto, anche pratiche vessatorie e violente, in nome delle differenti culture.
Noi conosciamo le origini illuministe del razzismo: si parlava di diritti universali, ma nell’universalismo c’era tanto eurocentrismo. Annamaria Rivera dice: costruiamo dei criteri di universalità, basati su aspetti e princìpi della cultura umana.
Il culturalismo è spesso maschera di pratiche patriarcali e maschiliste. Il maschilismo esiste, esiste nella cultura di matrice cattolica, di matrice islamica, esiste tra i musulmani tra i latino americani tra gli europei … se si critica il maschilismo dell’Islam, non è vero che si è anti islamici. Se si critica il velo, non è per anti islamismo: è per contestare il fatto che ci si debba vestire – o svestire, come accade in occidente – in funzione di quello che vuole l’uomo. Una sociologa algerina, Wassyla Tamzali, ha scritto il libro “Femme en colere”, in cui si chiede come mai le donne islamiche vengano lasciate sole, in nome del multiculturalismo, nella loro battaglia contro forme, simboli, comportamenti sessisti del patriarcato islamico.
Il razzismo non è la paura dell’altro, del diverso. Il razzismo è un sistema complesso di dominio, intrinseco alla nostra organizzazione economica e sociale. C’è un libro bellissimo di Frantz Fanon 1), edito da DeriveApprodi, “Scritti politici”, in cui egli dice cose molto importanti sul rapporto tra razzismo e sistema di dominio.
Non si tratta, allora, solo di aumentare la conoscenza, la consapevolezza: occorre cambiare le relazioni di classe, eliminare il rapporto di sfruttamento.
Il nostro progetto, “Università migrante”, ha proprio questo obiettivo: decolonizzare la mente. Un lavoro molto interessante è stato mettere a confronto i figli degli ex colonizzatori e dei colonizzati. Io dico sempre che abbiamo un gran bisogno di sociologi immigrati, di immigrati che sappiano leggere ed interpretare la nostra realtà. Senza far parlare solo i “migrantologi”. L’esperienza del Comitato immigrati in Italia è stata questa: formare gruppi solo di migranti, perché potessero parlare, esprimersi. Anche – ed è una cosa molto dolorosa da tirare fuori – il senso di inferiorità verso gli italiani, verso i bianchi. Ci crescono insegnandoci che i bianchi sono migliori, sono più belli. Io ho capito solo qui che sono bella! Perché in Perù, per via del mio naso un po’ ricurvo, di chiara origine india, ero intelligente ma bruttina!
Bisogna uscire dal vittimismo. Usare la rabbia come leva di costruzione, per cambiare le cose. E occorre decolonizzare la mente degli italiani.
Gli immigrati sono cittadini: cittadini di fatto. La cittadinanza non vuol dire nazionalità. Occorre iniziare a teorizzare a partire dalla nostra esperienza: altrimenti manchiamo come soggetto di dialogo e di confronto. Teorizzare, anche per superare l’attaccamento al senso di identità, che può essere molto pericoloso e impedire l’apertura.

1) Frantz Fanon nasce nelle Antille francesi nel 1925 e muore negli Stati Uniti nel 1961. In traduzione italiana sono disponibili le sue opere maggiori: I dannati della terra (Einaudi, 2000) e Pelle nera, maschere bianche (Tropea, 1996). La pubblicazione in due volumi degli Scritti politici rende interamente disponibile in lingua italiana tutta la produzione dell'autore.

Dalla postfazione di Paul Gilroy
“Immersi come siamo nelle condizioni geopolitiche della «guerra al terrorismo», appare quanto mai utile e opportuno rileggere oggi i preziosi saggi di Fanon. Le sue parole, sagge e sconcertanti, non suonano certo anacronistiche nell'epoca successiva alla guerra fredda. Le sue numerose intuizioni, forse inaspettatamente, sono quelle di un nostro contemporaneo. Così, il modo migliore per leggere questo libro è considerarlo come una serie di domande difficili e provocatorie sulla storia del presente, sul significato del razzismo nelle società europee e sul carattere della politica postcoloniale; non solo in Africa, ma in tutti quei luoghi dove i crimini coloniali europei vengono conservati energicamente nella memoria, nonostante l'Europa abbia tentato in ogni modo di stendere su tali crimini il proprio velo dell'oblio.
Quale che sia la rilevanza di questi saggi nel passato, oggi essi ci parlano con forza delle circostanze politiche della nostra epoca: delle questioni della razza, della cultura e del multiculturalismo, della proiezione sociale di fantasmi razziali(zzati), dell'integrità e della coesione di «civiltà» in conflitto e, soprattutto, della controversa questione dell'umano nell'ambivalente contesto del discorso sui diritti umani. La critica di Fanon alla sinistra e alla sua tiepida condanna dell'uso della tortura in Algeria ha tuttora un impatto enorme. Coglie in pieno il significato essenziale della tortura nel contesto delle guerre coloniali e giustifica, da sola, un'attenta lettura di questo testo. Si può dire poi che alcuni dei saggi sembrano riferirsi a quella congiuntura specifica che si è venuta a configurare dopo il rogo delle auto nelle banlieues, a quel momento particolare di qualche mese fa in cui la Francia è tornata a dare dimostrazione della sua patologica incapacità sia nel fare i conti con le tracce residuali del suo spregevole passato coloniale, sia nel contrastare gli effetti del razzismo che infetta la sua cultura politica e attraversa così apertamente i suoi ideali repubblicani e democratici. Ma, oltre a questioni del tutto «provinciali», Fanon ci è utile per comprendere anche come il vecchio conflitto manicheo tra la croce e la mezzaluna sia stato ravvivato e perché abbia potuto generare forze così potenti e globali. Le sue analisi ci offrono un'ampia gamma di strumenti concettuali e di intuizioni teoriche che possono gettare luce sulla crisi globale del multiculturalismo; quel fenomeno dichiarato defunto a gran voce dopo che il tradimento (tema sempre avvincente) di terroristi cresciuti nel cuore dell'Europa è stato scoperto e strumentalizzato per costruire la nuova sicuritocrazia.
L'Europa postcoloniale, in cui la transitorietà del migrante sembra essersi trasformata in una condizione permanente che si perpetua di generazione in generazione, ha molto da imparare dalla lettura di questo lavoro di Fanon, a lungo dimenticato. La sua percezione delle tare che il razzismo ha creato nella società francese resta ancora penetrante. Il suo aperto disincanto verso il processo di esclusione razziale dalla piena appartenenza in opera in quel paese offre un'utile guida per comprendere i più ampi ostacoli che deve affrontare chi vive nell'impossibile condizione di essere un intellettuale nero in un mondo dove alla «blackness» è consentito di costituirsi soltanto come aspetto fisico. Fanon insiste sul fatto che la «blackness» debba essere compresa e analizzata a livello storico, sociale e culturale. Rappresenta qualcosa di più che un semplice «filtro purificatore» mediante cui interpretare il problema della globalizzazione come americanizzazione, inizialmente emerso con la celebrità atletica di figure super-umane del secolo scorso come Joe Louis e Jessie Owens.
Oltre che all'Europa e al suo multiculturalismo fortificato, i saggi di Fanon ci riportano anche alla condizione dell'Africa e alle dimensioni complesse delle sue lotte postcoloniali, che egli comunque non avrebbe mai potuto anticipare poiché il ritmo del cambiamento politico si rivelò molto più veloce di quanto chiunque avesse potuto prevedere. Eppure, egli fu davvero tra i primi ad avere compreso il ruolo centrale dell'Africa nel poter determinare il destino della modernità e l'importanza della sua lotta vittoriosa contro un potere coloniale che aveva incatenato il progresso dell'umanità e vanificato le nobili promesse dell'Europa.
Questi saggi contengono intuizioni durature – e certo non alla moda – sulle dinamiche delle identità razzializzate e, in particolare, sui costi che vittime e carnefici devono pagare quando agiscono all'interno di un ambiente sociale e politico «epidermicamente sensibile», in cui la loro comune umanità viene «amputata» e un'interazione autentica fra le persone diviene praticamente impossibile. Questo amaro risultato implica nozioni di alienazione e di reificazione più profonde di quelle che ci ha trasmesso la tradizione marxista. In Fanon, la loro comparsa è associata al potere del razzismo, mentre il dominio coloniale si configura come una dialettica bloccata tra progresso e catastrofe. L'enorme potere di questa brutale formazione socio-culturale viene affrontato da Fanon attraverso una forma di impegno particolarmente audace nei confronti dell'umanità: qualcosa che rende gli scritti fanoniani poco appetibili ai fautori contemporanei di un anti-umanesimo a buon mercato o ai seguaci accademici di quell'assolutismo etnico «politicamente corretto» così in voga nei college statunitensi.
Fanon delude questa «audience», innanzitutto attraverso il suo rifiuto di concepire la cultura come un ostacolo insormontabile tra gruppi, anche se questi si costituiscono in quanto prodotto di processi profondi di razzializzazione. Egli non accetta il riconoscimento «strategico» di un'innocenza intrinseca degli oppressi e dei dannati della terra. Le sofferenze passate e presenti non conferiscono loro alcun titolo speciale, così come non portano iscritti i segni di alcuna redenzione. La sofferenza è solo sofferenza e Fanon mostra tutta la sua irritazione verso chi invoca l'aura dell'assoluta innocenza per le lotte di liberazione nazionale o per le culture minoritarie. Fin dall'inizio, sottolinea che il razzismo fa emergere il lato peggiore in tutti coloro le cui vite siano state in qualche modo distorte dalle sue visioni allucinate. Ogni spettrale soggetto che agisca in questo mondo razzializzato o, con le sue parole, «epidermicamente sensibile», è condannato a perdere per strada qualcosa di prezioso, poiché il razzismo e il dominio coloniale (de)limitano l'umanità e intaccano il benessere psicologico tanto delle vittime quanto dei carnefici. Gli effetti prodotti, naturalmente, non sono gli stessi per entrambi, ma il danno appare in modi complementari e implica sempre una perdita significativa.”


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