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10/12/2008
- INTERNET E TECNOLOGIA - Le nuove tecnologie faranno dimenticare la carta?
di Paola Meneganti


Le future scelte della Pubblica Amministrazione e dei suoi documenti cartacei

La dematerializzazione dei documenti è una nuova frontiera della Pubblica Amministrazione.
Documenti e atti che viaggiano in formato digitale, tra computer che dialogano, senza che ci sia bisogno di trasportarli su carta: sicuramente una velocità maggiore, costi ridotti in termini di impatto ambientale e di consumo energetico; la possibilità di accesso da parte di cittadini e cittadine dal proprio PC, una volta ricevuta una password abilitante. Un modo per rendere effettive le parole d’ordine di cui da anni si nutre la P.A.: efficienza delle procedure, trasparenza nei confronti della cittadinanza, accessibilità, tutti concetti riassumibili nel termine “democrazia”.
Certo, si pone tutta una serie di problemi: la certezza che questi documenti non più su carta ma su chip possano essere conservati come ora avviene con la carta, che è sì labile, ma dura a lungo, molto a lungo; l’illusione di un abbattimento di costi immediato: sono tecnologie che danno frutti in prospettiva, se si mantenesse una visione miope delle cose ci si fermerebbe alla perplessità che possono dettare i forti costi di investimento iniziali. Il timore che la conservazione e la cura del patrimonio cartaceo passi ancora di più in secondo piano (gli archivi sono sempre un po’ trattati come Cenerentola). Ultimo, ma non per importanza, quello che gli addetti ai lavori chiamano il “digital divide”, cioè il divario tra chi può accedere alle nuove tecnologie (internet, PC etc…) e chi non può. Un’altra forma di esclusione dalla conoscenza, quindi, quando, almeno a parole, la scelta politica europea è investire sempre di più proprio nell’economia della conoscenza? (lasciamo perdere le scelte politiche italiane …).
Di tutto questo si è parlato nel convegno che si è svolto in Provincia di Livorno qualche giorno fa, dal titolo “Le carte d’archivio tra scaffali e digitalizzazione. Conservazione e dematerializzazione dei documenti”.
Certo non dobbiamo mai dimenticare che, in realtà, le operazioni e gli atti si costruiscono in modo molto materiale, con le persone che lavorano, che vivono, che condividono certe esperienze. Che lavorano per la funzionalità della Pubblica Amministrazione, per la certezza dal diritto, per la certezza documentaria che è, appunto, garanzia di accesso, di trasparenza, di democrazia. La nostra preziosa Costituzione parla di imparzialità e buon andamento della Pubblica Amministrazione: sono le chiavi di volta della democrazia.
La carta … l’amore per il rumore della carta, per l’odore della carta, lo si respira in un archivio ben ordinato. Si tratta di luoghi in cui c’è sedimentazione, stratificazione visibile di esperienza di vita, di persone che lì sono state, che hanno fatto, che hanno desiderato, che hanno forse anche sofferto. Nel convegno si è parlato proprio di questo: come tenere insieme questi due aspetti, la conservazione certa e ordinata della carta da una parte e, dall’altra, la dematerializzazione o smaterializzazione del documento. Sono aspetti che debbono viaggiare insieme, che possono stare in un reciproco rapporto di tensione creativa.
Dal documento nasce la possibilità di mantenere la memoria. E la cura della memoria è fondamentale nella costruzione della identità stessa di una comunità, di un territorio, e del senso di appartenenza. Questo coinvolge anche chi lavora nella Pubblica Amministrazione: il senso di appartenenza significa pensare di stare svolgendo una funzione importante e fondamentale per la comunità in cui viviamo.
C’è un apologo, nella tradizione ebraica chassidim (praticamente distrutta dalla furia nazista), che dice così: “Quando avveniva che la sventura stava per abbattersi sul suo popolo, il Baal-Shem Tov usava ritirarsi in raccoglimento in un dato punto del bosco. Ivi giunto, accendeva un fuoco e recitava al cielo una preghiera: e il miracolo si compiva, e la sventura era scongiurata. Gli anni passarono: e toccò al suo discepolo, il Maghid di Mesritsch, intervenire per scongiurare le sventure che via via, minacciose, si profilavano. In quei momenti, il Maghid si recava nel bosco e diceva: “Signore del cielo, prestami ascolto. Come vada acceso il fuoco non lo so, nessuno me lo ha insegnato oppure l’ ho dimenticato. Però la preghiera sono ancora capace di recitarla, e credo che basterà”. E il miracolo si compiva
Gli anni passarono, nubi cariche di sventura si addensavano.
Dal suo ritiro nascosto nel bosco Rabbi Moshe Loeb di Sasow diceva: “Non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera: perché nessuno mi ha insegnato il modo e le parole, oppure perché io stesso li ho dimenticati. Però il luogo so come trovarlo, e forse basterà”
E ancora il miracolo si compiva
Poi toccò a Rabbi di Rizin scongiurare le minacce che incombevano sul suo popolo. Seduto su un pancaccio, si prese il capo fra le mani e mormorò: “Non so come vada acceso il fuoco, non conosco la preghiera, non so più trovare quel punto nel bosco: niente di tutto questo so, nessuno me l’ ha insegnato oppure l’ ho dimenticato.
Tutto quel che so fare, è tener viva la memoria di questa storia: basterà?”
Questa è una grande domanda che possiamo porci anche tutti noi: basterà la memoria? Deve bastare, perché è li che abbiamo sedimentato tutto quello che ci consente di andare avanti e di non ripetere gli errori del passato e di potere avere una prospettiva certa sul futuro.
Nell’intreccio tra la cura della memoria e l’accesso alle nuove tecnologie sta la sfida del lavoro nelle Pubbliche Amministrazioni. Occorre costruire anche una nuova mentalità: queste tecnologie servono a riprogettare l’organizzazione stessa del lavoro e quindi la qualità del servizio che si rende al cittadino. Consentono anche di conoscere sempre meglio “il” cittadino, che non è un soggetto neutro e indifferenziato, ma diverso per genere, età, condizione sociale ed economica, possibilità di accesso ai nuovi strumenti. Consentono di costruire una Pubblica Amministrazione che, al di là di dichiarazioni ridicole e pecorecce da parte di qualcuno (dispiace che il “qualcuno” sia a livelli di forte responsabilità …), è una leva fondamentale dello sviluppo di una comunità, di un territorio, proprio perché la sua mission è costituita da imparzialità e buon andamento.


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